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Dialetto

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Home > Dialetto abruzzese > Introduzione

Il dialetto abruzzese

Introduzione

Spesso mi piace definirmi bilingue perché conosco l'italiano ma anche il dialetto abruzzese. Si tratta di una lingua piuttosto antica che si è evoluta nel tempo e che oggi pochi conoscono nella sua purezza.
Dialetto deriva dal greco dialektòs, che significa lingua parlata, per poi passare, con lo stesso significato, al latino della decadenza come dialectus.

Nell'ultimo secolo con questa lingua di umili origini sono state composte poesie di notevole importanza, vere e proprie opere letterarie. Basti ricordare nomi come Modesto Della Porta di Guradiagrele e Vittorio Clemente di Bugnara, le cui poesie sono state accolte in importanti antologie fra cui quella di Pasolini.

Queste pagine sono un piccolo contributo alla conoscenza del dialetto abruzzese, così come l'ho appreso ascoltando i "vecchi" quand'ero bambino. Preciso che, sia nelle poesie che nei proverbi, ho cercato di essere aderente quanto più possibile alla parlata di Sulmona, o meglio del comprensorio della Valle Peligna, con tutte le limitazioni del caso, facendo parte anch'io della "nuova" generazione, molto più avvezza all'italiano che non al dialetto.

Fonologia

La caratteristica fondamentale dell'abruzzese è la presenza della e muta, l'e finale atona che fa terminare molti vocaboli con un suono indistinto, smorzato ma che non arriva mai alla soppressione totale della vocale (bbéne, mèrle, muntagne, cumpagne, calde, fredde).
Può essere soppressa nella scrittura solo se preceduta da una i accentata (allegrìe -> allegri', Ddìe -> Diì', vìe -> vì').
L'alfabeto abruzzese comprende anche altre due la lettere:

  • la j (i lunga) che sostituisce l'italiano gl (pajare, bbersajere) e raddoppia se preceduta da vocale tonica (la paglia -> la pajje);
  • la ç (c con la cediglia) nelle parole che hanno un suono strisciante simile a sci e sce, ma più smorzato. Per una maggiore chiarezza è significativo questo esempio: caçe (cacio) e casce (cassa).

Infine sono da tener presenti alcune regole di pronuncia già a suo tempo indicate da De Titta.

  • La p, preceduta da m, si pronucia b, per esempio lu campe si legge lu cambe;
  • s e t, preceduti da n, si leggono rispettivamente z e d (la cunsèrve -> la cunzèrve, lu vènte -> lu vènde);
  • c, preceduto da n, diventa g ('ncòlle [addosso] -> 'ngòlle, 'n cape [sul capo] -> 'n gape)
  • s davanti a t e d, da noi diventa un sibilo particolare che Finamore indica con una s con accento circonflesso al contrario (vocaboli d'esempio: stanze, sdoppie, sdentate).

È utile ricordare che non esiste un solo dialetto abruzzese e quindi le regole che ho qui brevemente esposto sono soggette a variazioni, anche di notevole entità, a seconda della zona in cui ci si muove: ad esempio molti dialetti amano i dittonghi, altri li rifiutano.

Le fonti utilizzate come riferimento sono citate nella bibliografia generale del sito.

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Informazioni

: Realizzato da
Andrea Forgione
Antonio Forgione
: © 2000-2006

[Creative Commons License]

: Data di creazione
Sulmona, 15-05-2000
: Ultimo aggiornamento
Sulmona, 26-04-2005



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